Cremona Pride, Madonna BDSM e rosario riparatore

Rassegnati è la rubrica settimanale che seleziona un fatto degli ultimi giorni per provare a mostrare com’è stato riportato dalla stampa italiana. Tra strategie comunicative ed errori, viene svelato il filtro che copre ogni notizia. Oggi parliamo del Cremona Pride, di una raffigurazione della Madonna durante il corteo che ha fatto tanto discutere e di un rosario “riparatore”.

È iniziato il giugno e quindi il Pride month, il mese dell’orgoglio LGBTQ+ che comporta eventi e manifestazioni in tutta Italia (e non solo). Il Cremona Pride – svoltosi sabato 4 giugno – non è di certo il primo corteo del 2022, ma ha fatto molto discutere per la presenza di un manichino adornato in modo da richiamare la figura cristiana di Maria, a seno scoperto e con chiari riferimenti alle pratiche BDSM. Di conseguenza l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica si è concentrata su questo evento e le narrazioni emerse sono delle cartine tornasole per capire come la stampa italiana racconta i Pride.

Dopo il corteo, le comunità cristiane locali hanno organizzato un rosario per – utilizzando le loro parole – fare ammenda. Il comitato che ha organizzato il Pride ha spiegato che l’uso della raffigurazione mariana è nato dall’iniziativa di singoli e ha ricordato l’importanza di questa manifestazione, la prima per la città di Cremona.

Come ne ha parlato la stampa italiana?

La Stampa riporta la notizia in un breve trafiletto accompagnato da un video, che è probabilmente frutto del montaggio di alcune storie Instagram. La componente testuale, però, si concentra su altri aspetti. Vengono infatti riportate le parole del sindaco di Cremona dichiaratamente cattolico, Gianluca Galimberti: “Non ero mai stato ad un pride prima di oggi e sono contento che anche a Cremona si sia fatto e si sia fatto così, con l’intelligenza e la capacità di costruire occasioni di pensiero e sinergie. Questa manifestazione accende anche nella nostra città un faro su discriminazioni che esistono ancora, dà la possibilità di esprimersi senza attaccare, consente di riaffermare che davvero occorre la pari dignità di tutti i cittadini senza distinzione di sesso, come recita anche la nostra Costituzione. Perché la paura e l’odio per la diversità portano sempre alla paura e all’odio di tutte le diversità”.

Questo racconto estremamente positivo del Cremona Pride (e dei Pride in generale) è però offerto alle lettrici e ai lettori della testata come una narrazione sopra la scandalosa raffigurazione della Madonna durante il corteo. Una strategia adatta ad attirare pubblico e in linea con le scelte mediatiche più comuni quando si parla di manifestazioni per i diritti LGBTQ+: concentrarsi sugli aspetti socialmente percepiti come negativi e problematici.

La Provincia, testata cremonese, riporta inoltre la reazione delle comunità cristiane locali. L’articolo si apre con un video del rosario riparatore organizzato dopo il Pride. Si legge “si sono dati appuntamento nel cuore della città: esponenti di tutte le parrocchie sono stati coinvolti con una chiamata passata spontaneamente di chat in chat, per chiedere scusa per quella statua portata in una processione che non era la sua”.

Il resto dell’articolo è un alternarsi di dichiarazioni provenienti da fronti diversi, dagli enti cristiani al comitato del Cremona Pride. L’obiettivo è dare un’idea della molteplicità dei punti di vista attorno all’evento. Emerge anche con forza che, sebbene la scelta di far sfilare un manichino che ricordi Maria sia un atto individuale, da una componente nutrita dell’opinione pubblica sia stato interpretato come un gesto collettivo.

Infine Fanpage si concentra sulla risposta all’evento di Arcigay. Le dichiarazioni riportate provengono da Lorenzo Lupoli, presidente del comitato territoriale Arcigay Cremona La Rocca, che ricorda: “Se si guarda bene, si è trattato di quattro ragazzi. Non è certo questo il messaggio che il corteo voleva trasmettere. […] È stata una manifestazione pubblica, tutti potevano partecipare. La nostra posizione di comunità è quella che appariva alla testa del corteo. Poi, quello che gli altri hanno portato in strada, non è nostra responsabilità”. Accanirsi su questo episodio per screditare l’intera manifestazione del Pride o il movimento LGBTQ+ non contribuisce all’estensione dei diritti.

Al di là delle strategie comunicative dei giornali, le reazioni alla rappresentazione mariana sono state essenzialmente due, ciascuna con una propria legittimità. Lo spiega la teologa Sandra Letizia: “Tra le motivazioni a sostegno di quest’uso della figura di Maria c’è il fatto che se dà fastidio, sta funzionando, perché il Pride deve anche creare scandalo e si basa sulla normalizzazione di ciò che di solito scandalizza e non dovrebbe. In questo caso una donna a seno scoperto e un riferimento al BDSM. Utilizzare simboli religiosi in queste manifestazioni serve a sottolineare l’impatto negativo che la Chiesa ha avuto e continua ad avere su alcune persone e in particolare sulla sfera corporea e della sessualità. Un’ulteriore interpretazione sostiene che si ridà a Maria, che è stata abusata e usata dalla Chiesa per sottomettere le donne, il suo corpo. Si legittima il fatto che Maria abbia un corpo sessuato e sessuale.

D’altra parte, però, bisogna considerare che ci si può sentire offesi o feriti da questo uso delle immagini religiose. All’interno della comunità LGBTQ+ ci sono anche persone credenti e i cristiani LGBTQ+ in particolare si ritrovano a non essere accolti sia nella comunità cristiana, che tende a considerarli sbagliati, sia in quella queer, che non comprende come possano continuare a dirsi cristiani nonostante l’apparente conflitto con quello che dice la Chiesa. Questo tipo di uso dei simboli religiosi durante i Pride sottolinea ulteriormente questa mancanza di accoglienza, mettendo in difficoltà i credenti LGBTQ+ che vedono la loro fede presa di mira e derisa.

Tutto questo li fa sentire non legittimati a partecipare al movimento LGBTQ+ e rifiutati dalla comunità queer. In aggiunta bisogna considerare che per chi ha fede la Madonna è reale, è una persona, e usarne il corpo per rivendicare la propria battaglia significa sfruttarlo senza il suo consenso e, quindi, farle violenza. Con quale diritto prendere il corpo di una persona e mostrarlo nudo al mondo senza che lei sia d’accorso? Infine ci si può porre un ulteriore interrogativo. Se l’obiettivo critico è la Chiesa – e quindi il patriarcato di cui è intrisa – perché usare dei simboli mariani e non elementi che richiamano il clero?”.

Leggo, scrivo e ne parlo. Sono una giornalista, un'insegnante e mi occupo di diritti.

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