La sindrome della grande Ungheria

Dopo più di cento anni la città di Fiume torna d’attualità in ambito geopolitico. Questa volta niente irredentismo, niente D’Annunzio o ribaldi patrioti in cerca di gloria militare. “I paesi che hanno uno sbocco sul mare possono facilmente importare il petrolio. Se all’Ungheria non fosse stato tolto, oggi anche noi avremmo un porto”. Sono le parole pronunciate dal presidente ungherese Viktor Orban a metà maggio; in giugno poi rincarava la dose attraverso un video su Facebook in cui mostrava una targa di Fiume, con sotto la scritta “Tangerre magyar”, letteralmente “al mare, ungheresi”. La Croazia non aveva affatto digerito l’uscita di Orban: così a metà maggio il ministro degli esteri croato: “Condanniamo qualsiasi aspirazione territoriale nei confronti di altri paesi sovrani”, convocando a Zagabria l’ambasciatore ungherese per chiarimenti.

La targa presso il monumento in ricordo di Trianon; una frase pronunciata nel 1846 da Lajos Kossuth che spronava le autorità ungheresi a costruire una linea ferroviaria fino a Fiume.

La nostalgia del passato
Servendosi di un ormai classico schema di nostalgia del passato, Orban fa riferimento alla grande Ungheria imperiale, mettendo per l’ennesima volta sul piatto quella che per gli ungheresi è nota come la tragedia del Trianon. L’episodio storico è cronologicamente molto vicino a quel 1919 che consegnò Fiume alle truppe irregolari italiane, guidate dal poeta vate. 4 giugno 1920: nel palazzo del Trianon, presso Versailles, si svolgono i negoziati post prima guerra mondiale, che sanciscono durissime condizioni di pace per lo stato magiaro. Fu effettivamente una tragedia: il territorio ungherese passava dai 325.000 ai 93.000 km quadrati con una diminuzione di più del doppio della popolazione, dai quasi 21 milioni a circa 7 milioni e mezzo. Tra i territori ceduti, una grossa fetta di costa croata, comprendente la città di Rijeka (Fiume).

In giallo il territorio ungherese prima e dopo il trattato di Trianon

Si è molto discusso della durezza dei trattati di pace post prima guerra mondiale.
In linea con il rigurgito nazionalista degli anni ’30, già prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, l’Ungheria si alleava con Hitler allo scopo di recuperare il prestigio e i territori perduti.
Orban la spunta ancora 
La frase pronunciata da Orban fa seguito ai colloqui con Ursula von der Leyen, giunta a Budapest per convincerlo a togliere il veto all’embargo del petrolio russo stabilito a Bruxelles, nel contesto del sesto pacchetto di sanzioni contro la Russia di Vladimir Putin.

Il leader ungherese Viktor Orban e il presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen

Alla fine Orban l’ha spuntata per l’ennesima volta: a fine maggio l’embargo al petrolio russo ha ottenuto il via libera seppure con deroghe significative: il divieto d’importazione riguarderà solo il greggio che arriva via mare.
Resta tuttavia fuori dal bando l’oleodotto Druzhba, che rifornisce l’Ungheria ma anche Germania e Polonia. Una deroga di 18 mesi ha ottenuto anche la Repubblica Ceca.
Per tutti gli altri il divieto sarà in vigore entro fine 2022.
I vertici UE ci tengono a precisare che la deroga avrà una durata limitata.
Ma intanto Orban può sventolare davanti al Paese un’ennesima piccola vittoria contro l’UE: “Noi siamo esenti!”.
Giocare col fuoco
Nel contesto storico attuale di una guerra cominciata in nome di una rivendicazione territoriale, le parole di Orban nei confronti dei vicini croati non vanno prese sotto gamba. L’ambiguità dell’Ungheria nei confronti della Russia e la ricerca di piccoli vantaggi nei confronti degli altri stati europei rispondono a un collaudato schema di convenienza politica del leader sovranista, molto abile a stare in equilibrio sul filo della provocazione; finora questo approccio ha pagato. Ben altra cosa sono le provocazioni che fanno riferimento al passato in maniera nostalgica: attenzione a giocare col nazionalismo, a maggior ragione in un Paese come l’Ungheria che ha dimostrato e non perde occasione di evidenziare di non aver ancora fatto pace con la storia.

Ho 27 anni, una laurea triennale in storia e sto finendo il mio percorso accademico all’Università degli Studi di Milano, dove studio relazioni internazionali. La musica ha sempre fatto parte della mia vita: suono il pianoforte dall’età di 8 anni e strimpello la chitarra da quando ne avevo 14, età in cui tutti ci sentiamo delle rock star. Amo viaggiare, al punto da aver fatto l'Erasmus in Turchia e in Repubblica Ceca.  Sono pigro e adoro perdere tempo per poi essere assalito dai sensi di colpa. Scrivere di musica è per me una bella sfida e un'occasione di mettermi alla prova.

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